"..E' presente anche quel mitologismo postermetico che ha le sue radici specie in Rilke e in Stefan George, e che fu sfruttato in modo suggestivo specie dal primo Luzi: mitologismo che nel Piromalli s'impronta di una speciale grazia neoclassica, e finisce per trascrivere più che suggestioni lato sensu, con tutto il sontuoso inventario ambientale inerente, dei rapidi e delicati profili, o meglio, delle ombreggiature di sentimenti a fior di penna.
L'atteggiamento più vero del Piromalli è proprio questo, una cautela, un ritegno nell'atto di concretarsi poeticamente, che adottano, al di là del magismo neodecadentistico, un magismo lineare neoclassicistico, come proiezione ideale dell'affetto intenerito e disilluso e dell’intimo contrasto tra una natura fervida e accesa e un'esperienza di distacchi e di costrizioni tradotta in forza morale.
Ed è qui, in fondo, che si rivela il temperamento stesso del critico, al di là e al di sopra dell'intellettualismo e del razionalismo, perché l'arrivo al porto della esperienza poetica è dovuto a un risultato morale autentico, sofferto, di cui sono prova gli accenti migliori delle poesie.
E oltre le cadenze del gusto, ecco il vero risultato di queste pagine troppo rapide (quando si deciderà il Piromalli a raccogliere tutte le sue liriche?): un'annotazione esperta, rapida, elegante, che ha la durata di un'«istantanea», anche se trabocca da un complesso d'interventi, e si risolve nei «piani» della scomposizione visiva come in Poi scendemmo nel sole (vi si vedano il catalogo degli elementi, e la conclusione amara e sorridente, «Brindiamo a te, a me che ci perdiamo») o, meglio, nel ritmo vagamente ironico e crepuscolare (la linea è quella Palazzeschi Saba), di Favola antica.
«Crepuscolarismo» di un moderno che ha passato tutte le esperienze che si sanno, e che conclude in ironica sordina (non tanto ironica da non rievocare il bene imminente, e perduto): «Ogni alba è spenta a chi vuole inventare / la vita all'ombra di malinconia: / passa rapida l'ora, non rimane / che un frullo d'ali, trepidi restiamo / ma è già passata la felicità..»".
FERRUCCIO ULIVI - «La fiera letteraria», 16 luglio 1961