La prefazione di Piromalli al proprio volume
Letteratura e cultura popolare (1983):
In Italia gli scrittori hanno attinto assai scarsamente dai temi popolari, il loro nutrimento è stato umanistico nel significato di libresco e nel carattere di legame con una tradizione di casta. La cultura subalterna non è mai riuscita a rompere la tradizione di casta degli scrittori la quale aveva le sue radici nella struttura della società.
L'egemonia direttivo-organizzativa delle classi dominanti ha impedito che si sviluppassero gruppi sociali esprimenti una autonoma attività culturale. Su una struttura culturale conservatrice o reazionaria si agitano i sogni degli artisti e i desideri del popolo.
di Antonio Piromalli:
La mia sociologia della letteratura (1996)
Ricordo l'ambivalenza del risentimento politico e sociale che durante la mia adolescenza e prima giovinezza si trasformava, con l'ermetismo, in impegno creativo lirico. L'approdo alla liricità della poesia era nella critica il culmine: poteva esservi poesia che non fosse un po' magismo, incanto, armonia, trasfigurazione, nota musicale, oltrerealismo, supermercato del dato sensuale, «circulata melodia» ecc.?
Non era possibile, e allora la dimensione letteraria alta non consentiva vero impegno umano. Si aveva un bel dire che l'impegno vero era la parola, la letteratura, che la moralità era nell'impegno letterario. Si poteva costruire qualcosa quando veniva specificata la natura o specificato il fine dell'impegno letterario. Con fili sottili ricordo che riuscivamo a collegarci tra noi coloro che avevamo un sentire antifascista, ma essere culturalmente antifascisti era la cosa più naturale del mondo di allora, tanta era la rozzezza intellettuale, mentale, morale del fascismo italiano degli anni Trenta.
Ma il fascismo era un immenso crostaceo dal quale non era facile uscire; il linguaggio idealistico-nazionalistico pervadeva ogni aspetto della vita.
Dal saggio di Antonio Piromalli
La critica accademica e la società di massa
La critica accademica, funzionale alla formazione di una cultura per classi dirigenti, ha bisogno di destoricizzare la cultura, di esaltare il carattere aristocratico e gerarchico, di vedere i fenomeni dal vertice e non dalle radici. L'astrazione della critica è congruente con il sistema della borghesia (variamente articolata) la quale crea intellettuali, mezzi di informazione (radio, giornali, mostre, libri di testo, manuali, editoria, scuola, teatro, cinema, ecc.) in relazione con le sue necessità economiche di struttura.
Il brano che chiude la Storia della letteratura italiana di A. Piromalli (2° ed. 1994) sintetizza l'insoddisfazione del critico di fronte al dilagante trasformismo di molti intellettuali:
Questo gioco con le parole è il vecchio gioco del letterato formalista che salta sempre sul carro del vincitore, vecchio gioco che si rinnova in grande con i mezzi di comunicazione ridondanti e violenti. Una delle linee della storia letteraria da noi tracciata è quella che indica i trasformismi del vecchio letterato; l'altra è quella che indica ed esalta (chi scrive per la scuola non può non additare, con la forte mente, "il forte animo") gli intellettuali le cui ragioni sono anche nella costanza dei sentimenti verso l'umanità.
Gli studi ariosteschi di Antonio Piromalli si articolano in tre distinti volumi:
- La cultura a Ferrara al tempo di Ludovico Ariosto (1953 - 2° ed. 1975)
- Motivi e forme della poesia di Ludovico Ariosto (1954)
- Ariosto (1969)
Riportiamo qui alcuni stralci del primo saggio, che da prospettive radicalmente innovative per l'epoca, inquadra storicamente le radici sociali di classe della cultura estense.
"La cultura a Ferrara
al tempo di Ludovico Ariosto"
dalla Introduzione alla prima edizione:
... Cade il concetto dell'armonia delle classi e dell'armonia della cultura creato dalla borghesia che aveva dato un contenuto idealistico al concetto di umanesimo nella feticistica esaltazione della forma, mentre il fine dell'umanesimo (anche a Ferrara, anche nelle particolari condizioni in cui colà si attua) è l'antidogmatico svolgimento della ragione e della dignità dell'individuo. Non fortuitamente l'Ariosto ci sembra, quindi, superare il mondo medievale bensì per creare insieme con le forze vive del suo tempo una misura nuova di coscienza e di umanità pur obbedendo alla sua sorte di cortigiano, come alla propria sorte obbedivano Antonio Cammelli e tanti altri. E se abbiamo insistito nella nostra polemica con studiosi che seguono altre tendenze e altre vedute è stato per cercare di collocare, secondo una nostra viva esigenza, gli uomini di quel tempo nella loro realtà e di misurarli nei loro impegni. Cosi ci è sembrato di comprenderli meglio.
Rimini, settembre 1951.
da "La cultura a Ferrara
al tempo di Ludovico Ariosto":
Prefazione alla 2° edizione (1975)
Questo studio, concepito durante vari anni di dimora a Ferrara e scritto a Rimini, riappare a quasi venticinque anni dalla sua ideazione. Esso fu ideato come terreno di metodo e di cultura per esaminare l'arte di Ludovico Ariosto, come abbiamo immediatamente fatto in Motivi e forme della poesia di Ludovico Ariosto (Messina-Firenze, D'Anna, 1954) in cui abbiamo cercato — e ci hanno aiutato costanti colloqui messinesi con Galvano Della Volpe — di dimostrare che gli elementi intellettuali e artistici non si possono scindere nell'Orlando Furioso e che anche per l'Ariosto non può valere una formula assoluta (e, meno che qualsiasi altra, quella di poeta dell'Armonia).
da "La cultura a Ferrara
al tempo di Ludovico Ariosto" (2° ed.):
Parte IV Le contraddizioni della società
Lo squilibrio esistente in Ferrara alla fine del Quattrocento e nei primi decenni del Cinquecento risulta dai documenti gravissimo nonostante le ipotesi conciliative del Burckhardt che parla di una sorta di idillio sociale nell'età del Rinascimento italiano e vede nelle piccole città d'Italia i contadini tornare la sera a casa e mutar nome e chiamarsi cittadini e godere dei benefici di uno stato equilibrato e pacifico. In Ferrara anche i critici parziali e di tendenza vedono (senza trovarne i nessi e solo incidentalmente, però) lo « squilibrio di ricchezze », il « senso greve di oppressione nelle classi plebee » ma, come abbiamo già visto col Pardi, tutto è spiegato acriticamente con la « turpitudine e la forza dei tempi » o con « l'età turbolenta » che agita invidie e rancori.
da "La cultura a Ferrara
al tempo di Ludovico Ariosto":
Appendice (alla 2° edizione, 1975)
Ripercorrendo la trama del vivace dibattito critico originato dalla prima edizione dell'opera (Firenze, La Nuova Italia, 1953), Piromalli in questa "Appendice" alla seconda edizione mette a punto le proprie conclusioni riguardo a metodi e strumenti della critica ariostesca.